1 settembre 2010

maria grazia anatra, mercenarie del rais

Sentire prorompente la voglia di scrivere è atto determinato e volontario che in questo scorcio di basso impero o se preferiamo di alto e buio medioevo contemporaneo, prende alla gola e rinfocola la rabbia di chi rivendica una dignità di persona libera per la donna.

Inquietante ci appare l’indifferenza, la non curanza, la scontata normalità, viste le pochissime reazioni da parte di istituzioni, organizzazioni femminili, partiti politici, ... di fronte ad un episodio come quello accaduto a Roma in occasione della visita d’affari del colonnello Gheddafi. É sembrato in linea con l’originalità del capo libico, contornarsi di una folla di 500 giovani donne piacenti, dal tacco alto e dagli abiti eleganti, remunerate per stare zitte e ascoltare gli insegnamenti coranici. É uno stato di minorità di sapore lontano che raccontano quelle giovani, quelle presenze apparentemente così curate e confezionate, ignare forse di rappresentare loro stesse questa condizione subalterna d’altri tempi, eppure così drammaticamente contemporanea.
Tuttavia, si potrebbe controbattere, nessuno le ha obbligate a presenziare l’adunata, lo hanno scelto liberamente senza alcuna forzatura, sono bastati 70 euro per ciascuna e la possibilità di essere riprese nella kermesse organizzata da un uomo che non si è proprio distinto per metodi democratici a cancellare in un sol colpo principi, norme etiche, libertà di pensiero e di espressione. E ancora una volta si è scelto di assoldare un pubblico femminile da sempre tragicamente più disposto ad accettare, perché subdolamente educato a tollerarla, uno stato di subordinazione e di minorità, suggellato dalla negazione di un diritto sacrosanto, quello di seguire una propria idea. Pubblico femminile a cui la società è disposta a perdonare di più, e di qui derivano coerentemente le reazioni pressoché assenti, la quasi normalità dell’adunata rosa, in ragione di una presunta differenza e specificità tutta femminile che secondo natura sarebbe incline all’istintività, ai sentimenti, e lontana, altra dal ragionamento astratto e da principi ideali.

A che cosa sono valsi anni di lotte femministe e di azioni legislative volte all’eguaglianza di genere e al sostegno di reali pari opportunità, sostenute da donne tutte consapevoli di rivendicare diritti fondamentali da sempre calpestati e mai concretamente messi in atto? Sono terreni accidentati quelli che percorrono oggi le donne, forse più insidiosi di quelli di ieri, in un’atmosfera di bieca indifferenza, di rigurgito di violenza più o meno manifesta contro di esse, in un contesto economico di crisi fortemente allarmante.  Crediamo proprio non sia tempo di abbassare la guardia e di farci fagocitare in una grigia e ripiegata condizione di isolamento privato percepito e subito come nuova normalità, la convinzione invece è che occorra ripensare nuove strategie da mettere in campo, a fronti comuni di pressione trasversale tra donne e meno conflittuali a livello ideologico. Azioni mirate evidentemente su più fronti, a partire da quello delle mentalità da trasformare, culture e stereotipi da abbattere, sostegno reale alla partecipazione attiva delle donne nelle istituzioni e nei partiti politici, politiche conciliative nei luoghi di lavoro e investimenti a sostegno della famiglia.

 Non si tratta di colpevolizzare quelle 500 giovani ragazze, si tratta di comprendere le ragioni di tali comportamenti ed azioni che denunciano un grado preoccupante di miseria morale diffusa e di degrado mimetizzato dai tratti fortemente inquietanti.

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